
Anthony Peth si racconta in un libro, ‘Le parole che servono’: «il cancro non ha cambiato la mia anima: oggi le mie parole servono a chi lotta». Il conduttore tv sarà nei reparti oncologici: «è lì che si combatte la vera battaglia»
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Ci sono ferite che non si vedono sotto le luci dei riflettori, ma che segnano la carne e l’anima per sempre. Il conduttore televisivo e regista Anthony Peth (pseudonimo di Antonio Petretto) ha scelto di mostrare le sue cicatrici più profonde, senza più nasconderle. Il 1° settembre è uscito in tutte le librerie d’Italia e nei digital store Le parole che servono, edito da Armando Editore con l’autorevole prefazione di Silvana Giacobini.
Anthony Peth: Le parole che servono
Anthony, il pubblico è abituato a vederti solare e sorridente in tv. Perché hai deciso di mostrare questa parte così intima? «Per anni ho protetto questa ferita sotto le luci dei riflettori, per pudore. Ma a un certo punto capisci che la tua storia non appartiene più solo a te. Quando ho recitato quel monologo a Le Iene, ho ricevuto migliaia di persone spaventate e ragazzi che stavano cedendo. Lì ho capito che il mio silenzio non serviva a nulla. Questo libro nasce per dire a chi è nel buio: «Guarda le mie cicatrici, io ce l’ho fatta. Puoi farcela anche tu».

50 parole per un racconto intimo
Il libro è strutturato come un vocabolario di 50 parole. Qual ti ha fatto più paura scrivere e quale ti ha salvato? «È un grido d’amore per la vita: un “vocabolario esistenziale” di cinquanta parole che ridefiniscono il senso del cammino umano nel racconto intimo e crudo della mia battaglia contro l’osteosarcoma, un tumore osseo raro e aggressivo affrontato da bambino. La parola che mi ha fatto più paura è “Ospedale”. Per un bambino significa la perdita dell’infanzia, l’odore dei disinfettanti, i capelli che cadono, un corpo che cambia. A salvarmi è stata “Speranza”: non astratta, ma costruita giorno dopo giorno, aggrappandosi alla vita anche quando i medici scuotono la testa.
La prefazione di Silvana Giacobini
Il libro vanta la prefazione di una firma come Silvana Giacobini! «Silvana è una professionista straordinaria e sensibile. Abbiamo condotto diversi programmi per le reti Mediaset ed è sempre stata una mia confidente. Quando ha letto le prime bozze, ha colto subito l’essenza del progetto: uno strumento di dignità, non un diario patetico. La sua prefazione dà autorevolezza al racconto e mi ha onorato sapere che le mie parole abbiano risuonato così forte anche in lei.

Un faro sui reparti oncologici
Questo libro rappresenta una svolta nella tua carriera? Più che una svolta professionale, è una maturazione umana. Amo la TV, la regia e il racconto delle nostre eccellenze. Non sono un Ambasciatore legato a incarichi governativi, ma un promotore di eccellenze. E credo che la più grande eccellenza di un uomo sia l’empatia. Se la popolarità di questi anni può servire ad accendere un faro sui reparti oncologici, allora tutto il mio percorso acquista un significato più alto».
La solidarietà non è uno slogan
Dal 1° settembre, oltre che in libreria, sarai nei reparti oncologici di Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli. «Non ci vado da personaggio pubblico, ma da ex paziente. Voglio guardare negli occhi chi fa la chemioterapia e stringergli la mano senza filtri. Voglio che veda in me un esempio concreto. Negli ospedali porterò non solo copie del libro, ma la prova che dal tunnel si può uscire. Perché è lì che si combatte la vera battaglia. Le librerie sono importanti, ma le corsie degli ospedali sono i luoghi in cui le parole del mio libro servono adesso, proprio ora. Ho voluto unire l’uscita editoriale a un’azione sul campo perché la solidarietà non può essere solo uno slogan sui social. Devo tutto alla sanità, ai medici e alla vita; tornare in quegli ospedali da uomo guarito è il mio modo di restituire ciò che ho ricevuto. Il cancro si può sconfiggere e nessuno deve sentirsi solo.

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